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giovedì 31 dicembre 2009

don't let me into this year with an empty heart (with an empty heart)

è sulle dita delle mie mani che tiro le somme di un anno passato.
chiudo i pugni e scorro i mesi,
e se anche un solo dito si solleva e apre uno spiraglio nel pugno chiuso, a indicare una nuova persona nella mia vita, io so con certezza di non aver sprecato quell'anno.
questo 2009 pensavo di terminarlo a pugni chiusi. invece, seduta a scrivere l'ultimo post dell'anno, chiudo i pugni e conto.

quattro,
sono le dita che si sollevano: un pugno rimane chiuso, ma una mano è quasi del tutto spalancata.
guardo quel mignolo incapace di alzarsi, desideroso di seguire le altre dita, e penso che quel mignolo è il nostro rapporto, perso - questa volta - per sempre.

l'altra mano è chiusa a pugno, ma non mi stupisce: quel pugno l'ho lentamente chiuso da sola, ripiegandomi su me stessa e su una vita che, diventando più adulta, si è inaridita.
dò la colpa a milano e ai suoi grigi come l'anno scorso la davo a forlì e al suo provincialismo,
la verità è che per tenere entrambe le mani aperte, entrambi gli occhi spalancati, ci vuole più forza di volontà e più energia di quanta io non ne abbia impiegata quest'anno.

nella mia scala di valori, non c'è anno più sprecato di quello in cui non è entrato nessuno di importante nella tua vita,
e non c'è anno peggiore di quello in cui ti pieghi alla fatica di vivere, chiudendo gli occhi al mondo.

così, è facile
il mio unico proposito per il 2010 è aprire gli occhi.

domenica 18 ottobre 2009

and even now, I don't want to go

il freddo arriva inaspettato di martedì pomeriggio, piomba su di me distaccato e gelido come le tue parole.
sarà un inverno lungo, fatto di traslochi da affrettare e case nuove da trovare.
di fronte a una distanza che si dilata, la tentazione è quella infantile di dare lo strappo finale. come per un cerotto che tira la pelle e punge, è meglio chiudere gli occhi, contare fino a tre, dare un colpo secco e il dolore sarà acuto, sì, ma solo per un breve momento.
poi arriveranno il freddo e l'intorpidimento, i sensi saranno offuscati dal gelo, e i ricordi.
la casa che chiamo casa ma che non ha nè muri nè tetto nè scale nè porte avrà una stanza in meno. tu che la abitavi, forse, te ne eri già andato da tempo.
l'altra casa - queste quattro mura, questa città - non è mai stata casa e nessuno dei miei traslochi verso altri luoghi è stato doloroso e difficile, complicato.
non ho interesse nè attaccamento per le cose che abitano la mia vita, ma per le persone.
non sento nostalgia quando sono lontana, e non vorrei rimanere quando sono vicina.
vorrei, questo sì, non dover lasciar andare gli altri.
ma anche questa crudeltà pare faccia parte della vita.

venerdì 5 giugno 2009

some will you see and some won't be true to you and truth will lead you to a sense of peace

tra i pro e i contro della moto:
pro: il casco asciuga i capelli in fretta e con la piega giusta, l'aggrapparsi per non volare via tonifica le braccia (ideale per l'estate), non esiste nessun altro mezzo che rappresenti meglio il concetto di fuga.

contro: non si riesce a parlare con il proprio compagno di viaggio, non si può ascoltare musica e non si può cambiare canzone con un rapido movimento del dito indice della mano destra sul lettore mp3 collegato alla radio

la moto è una gran bella invenzione e s'aggiunge immediatamente al breve elenco delle cose che mi fanno tornare il buon umore e che sono, nell'ordine: la corsa, la bici, un aereo da prendere e dei progetti da portare avanti.
il tutto sintetizzabile in tre semplici concetti: movimenti, destinazioni e programmi.
il tutto ulteriormente riassumibile in un folgorante unico concetto che, una volta interiorizzato e applicato alle nostre vite, le migliorerà di molto:
obiettivi.
sono arrivata alla conclusione che, nella propria vita, si possa scegliere tra l'essere felice o il piangersi addosso. è questione di scelta? nella nostra parte di mondo: sì.
così potremmo star qui tutti quanti a piangerci addosso per il grigiume delle nostre vite, per l'amore che manca e l'amicizia che latita, per il lavoro che non è quello dei nostri sogni e per i compromessi che sono all'ordine di ogni santo giorno. oppure potremmo - la butto lì, eh - potremmo imparare a conoscerci e a essere, da soli, le nostre ancore di salvezza, afferrandoci al volo proprio mentre siamo sull'orlo del precipizio dell'autocommiserazione.
sono stata la regina del piangersi addosso e forse ancora per quest'anno non riuscirò a rifilare la corona a un'altra, ma ci provo. conosco le strade che prendo quando voglio lamentarmi della mia vita, conosco i trucchi e le debolezze, perchè sono le mie, costruite in anni e anni di insicurezze e insoddisfazioni.
ma perchè darsi corda? che senso ha stare male se si può scegliere di stare bene?
obiettivi.
magari più di uno. puntare a qualcosa che ci renda felici, rispolverare la scatola dei lego e cominciare a costruire attorno a noi un mondo che non ci dia tempo nè spazio per deprimerci.
non scegliere mai soltanto obiettivi a lungo termine, ma disseminare le giornate con obiettivi in miniatura.
io,
corro perchè farlo calma il mio desiderio di evasione,
fotografo perchè ogni scatto mi regala un pò della pazienza che mi manca,
decoro pareti per non lasciarmi inaridire dai compromessi
obiettivi
dirai: hai scoperto l'acqua calda
dirò: già, ma meglio tardi che mai.

martedì 26 maggio 2009

toss your misery, out the door, what are you waiting for?

le ultime pagine di the easter parade sono insostenibili: cariche di rancore, furiose. esplodono inaspettate e altrettanto inaspettatamente si concludono.
she could hear hysteria rising in her voice. she rolled down the partly opened window and snapped her cigarette away into the windstream, and all at once she felt strong and exhilarated [...]
then, because a good loud sound was needed to punctuate her rage, she slammed the car door with all her strenght.
la rabbia trionfa, e nemmeno le ultime righe alleviano il senso di insoddisfazione e infelicità. che rimane addosso anche a libro chiuso, mentre la metropolitana si svuota.
richard yates scrive the easter parade nel 1976, 15 anni dopo revolutionary road. mi chiedo cosa sia successo, in quei quindici anni, cosa abbia reso ancora più affilate e precise le sue parole, le implosioni più amare, inattese.
la sua scrittura mi ricorda quella di primo levi. letti per caso uno dopo l'altro, fanno impallidire ogni altro scrittore: le parole, le figure retoriche. in yates e levi la scrittura è vita. dolorosa.
scrive richard price dei personaggi di yates:
in the beginning of things their eyes are as wide as dishes.
in the end, their longing will be the very knife that runs them through.
ci lasciamo davvero uccidere dai nostri desideri, dalle nostre aspirazioni e dall'insoddisfazione? dovremmo combattere di più o di meno, per essere felici?
scrive kerouac:
là fuori c’è tristezza a sufficienza, non serve correrle incontro
mi chiedo se esista un modo corretto di correre incontro alla vita. se le delusioni siano inevitabili - quasi necessarie - o se si possa prolungare la felicità per più di un attimo.
me lo chiedo quando corro veramente. quando metto le mizuno, chiudo il portone alle spalle e vado verso il parco, poi giù di fianco alle scuole e fino ai campi. me lo chiedo non durante i primi chilometri, quando tutto viene naturale.
me lo chiedo verso la fine, quando le gambe sono pesanti, la schiena sudata, le spalle curve e i movimenti scomposti. è in quell'ultimo tratto che vorrei abbandonare il passo ritmato, la schiena dritta, la falcata e la postura per permettere ad ogni singola parte del mio corpo di muoversi, autonoma e scoordinata, verso il traguardo.
mentre combatto contro me stessa e contro il desiderio di lasciarmi andare, l'unica risposta che riesco a darmi è: la compostezza, prima di tutto.
la dignità, prima di tutto.
così riprendo a fatica controllo del passo, raddrizzo la schiena, scrollo le spalle e provo ad ascoltare ogni movimento, per dirigerlo e coordinarlo, insieme agli altri, verso la fine del percorso.
sono il rispetto e l'amore per la nostra persona che ci regalano, nella vita, qualcosa di più di un attimo di felicità strappata.
è la loro presenza che rende primo levi tanto toccante.
la loro assenza che rende richard yates così sconvolgente.
 
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