domenica 10 aprile 2011

in cui le orobie sono sinonimo di epifania

Untitled by rachel at last

le alpi orobie davide le chiama le vere alpi. perchè non si alternano a vallate e a prati aperti, ma ti inghiottiscono e sommergono e incastrano tra gole di fiumi, tornanti e paesini arroccati e disabitati. nel suo, di paesino, ci vivono in 150. 149 più lui, milanese di nascita, montanaro da dieci anni questo mese.

mentre camminiamo tra i sentieri, snocciola nomi di piante, indica asparagi selvatici e dà un colpo con le mani alle pietre fuori posto dei muretti 'che se qualcuno ci inciampa': prima faceva il grafico sulla via novara che porta a milano, ora è consigliere comunale, calciatore a tempo perso, boscaiolo, taglialegna e, se serve, anche muratore. ha le mani che si muovono instancabili come quelle di un milanese, ma il passo - lo si riconosce da quanto è lungo, calmo e cadenzato - è quello di un montanaro.

a lui di vivere in città non importa, dice che quando è stato a barcellona per dieci giorni l'anno scorso ha fatto il pieno di gente per i prossimi due anni. non fa l'eremita e non si dà toni da guru del vivere alternativo: un giorno si è accorto che aspettava impaziente il venerdì per andare in montagna e ha deciso di rimanerci, là. dopo dieci anni conosce tutti in paese, e tutti quelli dei paesi attorno. cerca facce nuove in tornei di calcetto più competitivi di un mondiale e ti sommerge di idee su come ridare vita a una vallata che si sta spegnendo assieme alle luci delle sue case, sempre più disabitate.

la solitudine della montagna è più assoluta di quella cittadina ma, al contempo, meno desolante. fa parte del paesaggio così come l'abbaiare strano dei caprioli, il rumore del fiume in fondo al paese e i fischi di un vicino che richiama l'attenzione dell'altro. la solitudine della montagna non è mai fuori posto, la vivi consapevole del suo peso. la solitudine della città, di questa città, della mia città, è forzata, come l'isolamento in cui ci costringiamo nonostante le centinaia di persone che ci circondano quotidianamente. questa, di solitudine, è rabbiosa, indotta e non voluta, mi prende in casa appena sfilo le scarpe e i calzini, spalanco le finestre e di fronte a me ho palazzi muti, davanti a cui anche io ammutolisco, ricordandomi che domani è lunedì e si torna, ancora una volta, a lavorare.

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